Danilo Dolci e la dimensione utopica

di Livio Ghersi


1. Danilo Dolci è morto il 30 dicembre 1997. Non era siciliano. Era nato il 28 giugno 1924 in provincia di Trieste, a Sesana, oggi città slovena. Eppure, dei 73 anni che gli è toccato di vivere, ne ha trascorsi 45 in Sicilia, sempre in provincia di Palermo. Trappeto, Partinico, sono stati i luoghi di Dolci, i luoghi che lui aveva scelto. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta e fino alla fine degli anni Sessanta, Danilo Dolci è stato un "caso", che ha appassionato e diviso l’opinione pubblica. Nel 1958, presso l’editore Piero Lacaita di Manduria, venne pubblicato il primo libro su di lui. Autore era niente meno che Aldo Capitini (1899-1968), il maggiore teorico italiano della non-violenza (1). Nello stesso anno 1958 Dolci fu insignito del "premio Lenin per la pace". Nell’occasione dichiarò: "Non sono comunista, non ho mai visitato un metro quadrato di U.R.S.S.. Se questo premio vuole riconoscere un certo lavoro di sviluppo e di lotta nonviolenta accetto e ringrazio" (2). Il consistente ricavato del premio venne utilizzato per costituire il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione" di Partinico. A partire dagli anni Settanta, l’attenzione dell’opinione pubblica cominciò a scemare, anche perché, nel frattempo, la realtà socio-economica di Partinico, Trappeto, della Sicilia Occidentale in genere, si era andata trasformando e molti degli obiettivi iniziali potevano considerarsi raggiunti. Non si deve, tuttavia, pensare, che, spentesi le luci della ribalta, Dolci sia sopravvissuto stancamente alla sua fama. Continuò ad operare, svolgendo un lavoro più oscuro, ma non per questo meno importante. E’ proprio all’ultimo periodo che si devono i maggiori approfondimenti del suo pensiero, con particolare riguardo all’esperienza di educatore. Egli, appunto, fu soprattutto un educatore, ma anche poeta e sociologo. Appartenne a quella specie di uomini che consacrano la propria vita ad una utopia. Il punto è che non si limitò a sognare, ma la sua utopia seppe tradursi in frutti, in realizzazioni concrete, che restano dopo di lui. Nell’articolo che segue, "Danilo Dolci sul filo della memoria", Giuseppe Casarrubea, che è stato suo amico e collaboratore, ha significativamente scritto: "ritengo che il più grande risultato pedagogico raggiunto da lui, in tutta la sua esperienza, sia stato non Mirto, ma l’invaso Poma sul fiume Jato, la grande diga con i suoi fitti canali di irrigazione per la quale egli si era battuto già dai primi anni ‘50".

2. Siamo particolarmente lieti di pubblicare l’articolo di Casarrubea, che oltre tutto esprime il punto di vista di una persona profondamente radicata nella realtà di Partinico. Giuseppe Casarrubea non soltanto è preside della Scuola media statale "G. B. Grassi Privitera" di Partinico, non soltanto è autore di numerosi libri, tra i quali uno studio proprio su Danilo Dolci ( Aspetti di un’alternativa culturale dalla Sicilia occidentale, Trapani, Celebes, 1974). Egli porta lo stesso nome di suo padre, ucciso il 22 giugno del 1947 nella sede della Camera del Lavoro di Partinico da banditi della banda di Salvatore Giuliano. In quell’occasione i banditi spararono diverse raffiche di mitra e tirarono bombe a mano. Oltre a Casarrubea, venne colpito a morte Vincenzo Lo Iacono, anche lui iscritto al PCI. Degli altri militanti che si trovavano, quella sera, nella sede della Camera del Lavoro, rimasero, più o meno gravemente, feriti Giuseppe Salvia, Salvatore Patti e Leonardo Addamo. Quello stesso 22 giugno i banditi colpirono a Carini, a San Giuseppe Jato, a Cinisi, a Monreale. In un documento, a firma S. Giuliano, rinvenuto a Partinico subito dopo il fatto di sangue, erano spiegate le motivazioni dei banditi (o meglio, di chi li usava): impedire che la Sicilia diventasse "un misero ordigno della mastodontica macchina sovietica" (3). Era la medesima logica della strage di Portella della Ginestra, avvenuta poco più di un mese prima: l’1 maggio 1947. Giuseppe Casarrubea ha scritto un libro su Portella della Ginestra, pubblicato l’anno scorso da Franco Angeli. Al libro è premessa una dedica, di cui riportiamo un passo: "a mia madre, per le notti di angoscia e di paura che, da bambino, mi videro abbracciato a lei, unico conforto nella solitudine di una tragedia immane. Sento ancora sulla pelle il suo respiro caldo, le sue mani che volevano difendermi da tutti i mali del mondo. Non credeva nella giustizia degli uomini, e aveva ragione: nessun tribunale le avrebbe reso giustizia, in quegli anni" (4).

3. La ricca testimonianza di Casarrubea rende complessivamente il senso dell’esperienza di Danilo Dolci. In questa premessa, noi ci permettiamo di ricordare alcuni fatti che Casarrubea dà per scontati e che invece il lettore odierno può non avere presenti. Soprattutto, ci preme esprimere, in conclusione, qualche valutazione personale.

Ogni utopia (sia essa religiosa, sociale, politica, o tutte queste cose insieme) nasce sempre da uno stato d’animo di profonda insoddisfazione nei confronti della realtà; a questa insoddisfazione, che di per sè potrebbe essere un dato largamente diffuso in qualsiasi società umana in ogni tempo, si aggiunge un ulteriore elemento psicologico di cui invece soltanto pochi, di solito, sono portatori: la convinzione che sia possibile trasformare radicalmente la realtà, rivoluzionarla completamente, fino a realizzare ciò che non è mai stato "in nessun luogo" e in nessun tempo. Basta volerlo. Basta impegnarsi. Vediamo di trovare conferma di questo assunto nelle origini di Dolci, quali lui stesso ha descritto. La sua era una famiglia piccolo-borghese. Suo padre lavorava nelle ferrovie, come capostazione. Pur non avendo un radicamento in un posto preciso per i trasferimenti cui il padre era soggetto nello sviluppo della sua carriera, Dolci aveva avuto l’opportunità di seguire un regolare corso di studi e si era poi iscritto alla Facoltà di architettura di Milano. Non era, tuttavia, tagliato per una tranquilla esistenza "borghese". Fin da piccolo era stato un lettore vorace e infaticabile, desideroso di conoscere perché alla ricerca di un senso da dare alla vita. Una vita che si svolgeva in un ambiente esterno segnato dal fascismo, dal nazismo, dalla guerra mondiale. La cultura libresca ad un certo punto non gli bastò più. "A cosa di veramente valido potevo confrontare quanto apprendevo? Il mio non era un apprendere di seconda mano? Attorno a me vedevo sempre più chiaramente persone che pensavano in un modo, dicevano spesso in un altro, e vivevano, frammentate, in un altro ancora: erano per lo più una massa di distratti, di incoerenti, di superficiali, apparentemente sicuri ma senza profonda fiducia in possibili cambiamenti nostri e del mondo" (5). Voleva l’esperienza diretta, la conoscenza che nasce dal confronto con la realtà vissuta delle altre persone. Trovò ciò che cercava nella comunità cristiana cattolica di Nomadelfia, organizzata da don Zeno Saltini nel vecchio campo di concentramento nazista di Fossoli presso Carpi, in provincia di Modena. "Zappando, buttando latrina nei campi, vivendo con orfani, ex-ladruncoli, malati, sperimentavo cosa era crescere insieme ... Sentivo ormai veramente che, come è indispensabile per ciascuno fare il punto in sé, vivendo secondo le proprie persuasioni, così la vita di gruppo, la vita comunitaria, è pure un indispensabile strumento di verifica e di costruzione personale e collettiva" (6). E’ qui già delineato il percorso di formazione di Dolci. E’ importante sottolineare che, anche nel suo pensiero più maturo, sempre si sottolinea l’importanza della dimensione individuale. Ogni singola persona deve necessariamente partire da un momento individuale di ricerca, di introspezione, di progressiva presa di coscienza dei propri bisogni più essenziali e delle proprie attitudini. E’ questo il significato dell’espressione "fare il punto in sé". Solo che, per Dolci, la maturazione individuale si completa e si arricchisce nella dimensione comunitaria, laddove le energie, le esperienze, le intelligenze, si sommano e si potenziano reciprocamente, traducendosi in un operare comune, con un deciso salto di qualità rispetto alle possibilità di azione del singolo. La dimensione comunitaria che Dolci ha in mente si realizza a livello di microstrutture, concepite non come entità totalizzanti, ma come comunità in cui sia davvero possibile la comunicazione reciproca su base paritaria, così da non perdere nessun apporto creativo di cui i singoli sono capaci. Ogni microstruttura è, in se stessa, fattore di cambiamento sociale, è luogo di sperimentazione di nuove possibilità di lavoro, di nuovi rapporti economici, di nuovo costume, di nuova mentalità. Le diverse microstrutture dialogano e comunicano fra loro, cooperano e si sostengono reciprocamente, costruendo una rete di sperimentazione di rapporti sociali ed economici alternativa rispetto alle istituzioni date. Mano a mano che questa rete si diffonde e si accresce di sempre nuovi apporti, si finisce per determinare un cambiamento anche nel modo di essere e di organizzarsi delle macrostrutture, cioè degli enti territoriali maggiori, degli stati e, in prospettiva, dell’intera comunità internazionale.

4. Quando Dolci si sentì pronto, lasciò la comunità di Nomadelfia e decise di recarsi a Trappeto, in Sicilia, soltanto perché questo era "il paese più misero" che avesse mai visto. Suo padre, infatti, per un periodo era stato capostazione proprio a Trappeto. Quando Dolci vi giunse, agli inizi del 1952, "il paese era attraversato da un vallone centrale che serviva da fognatura scoperta. I bambini di Trappeto ci sguazzavano dentro" (7). Così lo stesso Dolci ha definito quella realtà: "Mi trovavo, pur in Europa, in una delle zone più misere ed insanguinate del mondo: vasta la disoccupazione, diffusissimo l’analfabetismo, sottilmente e prepotentemente penetrante quasi dovunque la violenza mafiosa" (8). Il metodo praticato da Dolci per promuovere lo sviluppo civile e sociale di una comunità è squisitamente democratico: 1) discussione, quanto più partecipata possibile, con la gente del luogo affinché emergano i bisogni primari di interesse comune; 2) individuazione di una soluzione concreta per ogni bisogno collettivo di cui si è preso coscienza (ad esempio, la mancanza d’acqua); 3) organizzazione della gente in movimenti di pressione dal basso per affermare, nei confronti dell’opinione pubblica e delle istituzioni, la necessità di adottare quella tale soluzione per ogni bisogno primario; 4) scelta di condurre le agitazioni e la lotta con modalità rigorosamente nonviolente, anche per togliere ogni alibi a chi è sempre pronto a denunciare il sovversivismo incombente. Si potrebbe obiettare che il metodo descritto non presenta particolari caratteri di novità. Solo che Dolci si trovò ad operare in una realtà sociale assuefatta a convivere con la miseria ed il degrado; dovette scuotere una rassegnata passività e suscitare speranze laddove chiunque prospettasse la possibilità di cambiare le cose era accolto con scetticismo e diffidenza. In uno scritto del 1966, Dolci si interrogava, ad esempio, sul perché un vecchio detto popolare siciliano recitasse: "chi gioca solo non perde mai". E dava questa spiegazione, in cui è evidente l’ironia: "Una delle risposte più illuminanti, forse la più illuminante per molti casi, è condensata nel significato locale della parola "associazione", che significa molto spesso "associazione a delinquere": tutti coloro che non vogliono dunque mali rischi, non mirano certo volentieri ad associarsi" (9).

5. Dolci dimostrò, inoltre, una straordinaria fantasia nell’introdurre nuove modalità di lotta sociale. Fu il primo in Italia a praticare il digiuno per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su di un dato problema, mutuando la tecnica usata da Gandhi in India. Nell’ottobre del 1952 digiunò per otto giorni consecutivi dopo l’ennesimo caso di mortalità infantile, determinato da denutrizione. Fu in quell’occasione che Aldo Capitini gli scrisse la prima lettera, iniziando un rapporto di reciproca stima e di interscambio di esperienze che non si sarebbe più interrotto. Proprio Capitini mise in contatto Dolci con Bobbio, Calamandrei, ed altri esponenti della cultura laica di matrice azionista. Nel 1956 Dolci inventò "lo sciopero alla rovescia", in cui cioè lo sciopero non consisteva nell’astensione dal lavoro, ma nel lavoro volontario per riattivare una "vecchia trazzera" (strada non asfaltata). Le Autorità del tempo ritennero che tale comportamento integrasse il reato "di invasione di terreni". Incredibile a dirsi, ma, per questo motivo, Dolci fu arrestato insieme ad altri quattro "scioperanti", detenuto per 50 giorni, condotto in manette al processo, e condannato, sia pure con il riconoscimento dell’attenuante "dei motivi di particolare valore morale e sociale". Ci piace ricordare che in quel processo (Tribunale penale di Palermo, Sezione I), tenutosi nel marzo del 1956, Piero Calamandrei faceva parte del Collegio di difesa di Dolci. In effetti straordinaria fu, negli anni Cinquanta, la mobilitazione degli intellettuali italiani a sostegno dell’azione che Dolci svolgeva in Sicilia. Da Norberto Bobbio a Carlo Levi, da Elio Vittorini ad Ignazio Silone, da Aldo Capitini a Giulio Einaudi, da Guido Calogero a Riccardo Bauer, forte e convinto venne il sostegno a Dolci. Il 6 febbraio del 1956, ad esempio, Elio Vittorini inviò la seguente lettera al direttore de L’Espresso: "Leggo nell’ultimo numero dell’Espresso il servizio di Carlo Falconi sul digiuno dei mille siciliani di Trappeto, Balestrate e Partinico. Vi leggo che la polizia ha impedito loro, con uno spiegamento di 500 uomini, di farlo in pubblico sulla spiaggia detta di San Cataldo. Ma non vi leggo contro che cosa in particolare Danilo Dolci e i suoi "mille" volessero protestare con quel digiuno. Invece è importante dirlo. Lungo la costa a ponente di Palermo ha luogo con maggiore insistenza che altrove, e con effetti molto più gravi, la pratica criminosa della mafia di mare, e cioè dei motopescherecci che pescano "a traino", o addirittura a mezzo di esplosivi, nelle acque di poco fondo prossime alle rive. A causa di tale pratica, che peraltro distrugge il pesce appena nato e pregiudica ogni giorno di più le possibilità future della pesca in generale, i pescatori poveri dei villaggi costieri, con le loro piccole reti da superficie e con delle barche a remi che non consentono loro di cercarsi un compenso in altomare, si trovano ridotti letteralmente alla fame. La legge proibisce ai motopescherecci di pescare nelle acque costiere. Ma i padroni dei motopescherecci di Castellammare, Palermo, ecc., non hanno mai tenuto conto di quello che la legge proibisce. Né sembra che le autorità locali abbiano mai fatto un serio tentativo di imporre il rispetto della legge ai padroni dei motopescherecci. Danilo Dolci voleva, col digiuno suo e dei mille che gli sono associati, protestare appunto (nell’interesse dei pescatori poveri) contro i padroni dei motopescherecci che non rispettano le leggi sulla pesca. Ed ecco le stesse autorità che tollerano ogni giorno la trasgressione affamatrice della mafia marittima, mettersi d’impegno per impedire, con ben 500 uomini di polizia, che le vittime di quella trasgressione ne denunciassero, digiunando in pubblico, lo scandalo" (10). In altri termini, occorreva una mobilitazione popolare per chiedere il rispetto della legge!

6. Legge delle leggi è la Costituzione della Repubblica. L’articolo 4, primo comma, della Costituzione recita che: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto". Dolci già nel libro "Banditi a Partinico" (Bari, Laterza, 1955), pubblicato con prefazione di Norberto Bobbio, aveva espresso questo semplice concetto: la propensione al banditismo ed alle attività criminali non poteva essere vinta puntando esclusivamente sull’apparato repressivo dello Stato; occorreva creare in loco opportunità occupazionali, perché il banditismo era, nella stragrande maggioranza dei casi, un portato della disperazione e se la gente avesse avuto l’alternativa di poter di vivere con un lavoro onesto, ben volentieri l’avrebbe preferita ad un’esistenza irregolare.

La diagnosi è in sè giusta. Ciò non toglie che, dal nostro punto di vista, non basta enunciare l’obiettivo della "piena occupazione", ma poi bisogna vedere come innestarlo concretamente nelle dinamiche dell’economia. Negli anni Cinquanta, quando si parlava di piena occupazione, si poteva fare riferimento ad alcune esperienze precise. C’era l’esperienza della socialdemocrazia dei Paesi scandinavi, ma quei Paesi erano tanto diversi dalla nostra realtà, a partire dal dato fondamentale della popolazione (la Svezia, più estesa dell’Italia, ancora nel 1985 aveva una densità di 20 abitanti per chilometro quadrato, a fronte dei 190 abitanti risultanti in Italia nello stesso periodo). C’era poi l’esperienza delle economie collettivistiche dei Paesi cosiddetti del "socialismo reale" e oggi si sa come è finita. La verità è che nessuno dispone di ricette economiche affidabili al riguardo. Una cosa è certa: tutti coloro che affermano che in un’economia di mercato si possa raggiungere una situazione di "piena occupazione", assecondando le dinamiche spontanee del mercato stesso, mentono sapendo di mentire.

Dopo la condanna di Dolci, conseguente allo "sciopero alla rovescia", nel 1956 venne pubblicato a Torino, per i tipi della Einaudi, il libro "Processo all’articolo 4" che conteneva contributi dei seguenti Autori: Achille Battaglia, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Alberto Carocci, Federico Comandini, Mauro Gobbini, Vittorio Gorresio, Carlo Levi, Lucio Lombardo-Radice, Maria Fermi Sacchetti, Nino Sorgi, Nino Varvaro, Gigliola Venturi (moglie dello storico Franco), Elio Vittorini, oltre che dello stesso Dolci. Con Dolci si schierò senza riserve l’Associazione italiana per la libertà della cultura, di cui era magna pars Ignazio Silone, come comprova il Bollettino della AILC del 10 marzo 1956. Fino al maggio del 1956, l’Associazione tenne aperta una sottoscrizione a favore della Università popolare creata da Dolci a Partinico. Il ricavato (oltre un milione e mezzo di lire) fu utilizzato per fornire la biblioteca della struttura di Partinico di libri e suppellettili (11). Silone fu tra i promotori del Comitato nazionale di solidarietà con Danilo Dolci, costituitosi a Roma, al quale aderirono, oltre a Carlo Levi, pure diversi esponenti comunisti, come Mario Alicata, Renato Guttuso ed Antonello Trombadori. Né deve stupire questa intesa trasversale da Silone ad Alicata, perché, come era chiaramente scritto nella lettera che sollecitava l’adesione al Comitato, "l’opera di Dolci (che si svolge sul piano individuale e non coincide per la sua stessa natura con quella di alcun partito) si incontra con il movimento liberatore delle masse meridionali" (12). Quando oggi si blatera di mancanza di un sentimento nazionale italiano, si ricordi anche la storia di quest’uomo venuto da Trieste ad operare in Sicilia, intorno al quale si unì il meglio dell’intellettualità italiana per difendere le ragioni dei più poveri fra i poveri del Sud!

7. Per avere esatta contezza di quale fu l’attività di Danilo Dolci negli anni Cinquanta e Sessanta, basta leggere il libro "Esperienze e riflessioni", pubblicato a Bari, da Laterza, nel 1974, che è una silloge di precedenti scritti di Dolci. Lo scritto "Una autoanalisi popolare sull’associazione", del 1966, contiene la documentazione relativa al processo contro Danilo Dolci e Franco Alasia, a seguito di querela per diffamazione presentata dagli uomini politici Bernardo Mattarella e Calogero Volpe. La storia è la seguente. Nel novembre del 1963, la Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Donato Pafundi, si era rivolta al Centro studi ed iniziative di Partinico per sapere se poteva fornire documentazione utile all’attività della Commissione. Dolci pensò di incentrare la ricerca sui rapporti tra mafia e politica e cominciò a raccogliere documentazione sull’uomo politico democristiano Bernardo Mattarella, più volte ministro ed al tempo ministro in carica. Ovviamente, non è che tutta la problematica dei rapporti tra mafia e politica in Sicilia si esaurisse nella persona di Mattarella, ma quello era l’uomo politico più rappresentativo ed influente della zona in cui Dolci operava e quindi su di lui si concentrò l’attenzione. Provare che un politico abbia rapporti con la mafia non è certamente impresa semplice. Si ritenne allora di valutare gli spostamenti del ministro in questione durante le campagne elettorali, registrando tutti i casi in cui egli si era pubblicamente incontrato, in occasione di comizi o altre manifestazioni, con mafiosi conclamati o sospetti mafiosi; ovvero di registrare tutti i casi in cui mafiosi conclamati, o sospetti mafiosi, avevano pubblicamente assunto iniziative di sostegno elettorale del predetto ministro. La documentazione raccolta consisteva in dichiarazioni, ciascuna sottoscritta da uno o più testimoni, che attestavano singoli e circostanziati episodi, rilevanti nel senso predetto. Tutti i testimoni erano disposti ad essere sentiti dalla Commissione, per confermare a voce le dichiarazioni rese per iscritto. Le prime cinquanta testimonianze vennero consegnate alla Commissione parlamentare antimafia il 22 settembre 1965. Lo stesso giorno Dolci tenne una conferenza stampa al Circolo della stampa di Roma per rendere di dominio pubblico che quel determinato materiale era stato consegnato alla Commissione. Scopo dichiarato era quello di impedire che, a quel punto, la Commissione antimafia non desse seguito alla iniziativa. Immediatamente, Bernardo Mattarella, Ministro per il commercio con l’estero, e Calogero Volpe, Sottosegretario alla sanità, anche lui chiamato in causa, presentarono querela per diffamazione. Il processo, dinanzi alla IV sezione penale del Tribunale di Roma, ebbe inizio il 20 novembre 1965. Avvocati difensori di Mattarella erano Giovanni Leone (nel dicembre del 1971 eletto Presidente della Repubblica) e Girolamo Bellavista, quest’ultimo del Foro di Palermo. Poiché la questione era diventata di competenza del giudice penale, la Commissione parlamentare antimafia dichiarò di non poter assumere alcuna iniziativa, per non interferire con l’operato della Magistratura. La strategia della difesa di Mattarella fu quella di sostenere che le accuse di rapporti con la mafia altro non erano che una montatura politica e che i testimoni erano militanti o simpatizzanti di partiti avversi a quelli del Ministro. La difesa di Dolci ed Alasia cercò allora di produrre nuove testimonianze, indicando persone al di sopra di ogni sospetto, come don Giacomo Caiozzo, sacerdote di Castellammare del Golfo. Gli avvocati di Mattarella si opposero all’ammissione di nuovi testi. Disse tra l’altro l’avvocato Leone: "La causa, essendo già sufficientemente istruita, non postula la opportunità di nuovi accertamenti. Il processo non può e non deve uscire dai suoi limiti, in esso non si possono affrontare problemi generali dovendosi esso riferire a problemi personali..." (13). Il Tribunale accolse questa tesi. Con tale decisione, la posizione processuale degli imputati era definitivamente pregiudicata. In altri termini, la Commissione parlamentare antimafia aveva rinunziato ad esprimere un giudizio politico sulla vicenda, dal momento che della questione era stato investito il Tribunale competente. Il Tribunale ritenne che non si dovevano affrontare questioni generali, perché la controversia era limitata alla tutela della onorabilità di persone. Ciò equivale a dire che di una quisquilia come quella di appurare se nella Sicilia Occidentale ci fosse effettivamente un sistema clientelare-mafioso nel quale erano coinvolti ministri della Repubblica in carica, nessuno poteva occuparsi. Con una lettera del gennaio 1967, Dolci ed Alasia comunicarono al Presidente del Collegio giudicante la loro decisione di astenersi, per protesta, dal partecipare alle ulteriori udienze. Dolci fu condannato a due anni di reclusione e a 250 mila lire di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. La pena, però, fu condonata. Bernardo Mattarella uscì vittorioso dalla contesa giudiziaria, ma a partire dal 23 febbraio 1966, quando si costituì il terzo governo Moro, non fu più ministro. Lo stesso materiale documentario relativo al processo è stato pubblicato, in precedenza, nel libro "Chi gioca solo" (Torino, Einaudi, settembre 1967). E’ particolarmente penoso rievocare questa vicenda pensando che il figlio di Bernardo, Piersanti Mattarella, morrà, ucciso dalla mafia, il 6 gennaio 1980, mentre ricopriva la carica di Presidente della Regione.

8. "Maieutica" è parola che deriva dal greco; denota l’opera della levatrice, dell’ostetrica. In un dialogo di Platone, il Teeteto, Socrate ricorda di essere figlio di una molto brava e vigorosa levatrice, Fenàrete. Similmente a sua madre, pure l’arte che Socrate esercita è maieutica: infatti, come un ostetrico, aiuta a partorire, anche se nel suo caso si tratta di parto di anime e non di corpi. Socrate non insegna, interroga e, attraverso le domande, fa in modo che i suoi interlocutori vedano chiaro in sè stessi e riescano ad esprimere compiutamente i pensieri di cui la loro mente è gravida. Aiutare i pensieri a venire al mondo: in questo consiste l’arte di Socrate. Ma i pensieri sono di chi li ha concepiti, così come i bambini nascono dalle loro madri. Fuor di metafora, l’approccio maieutico è dunque quello che stimola le potenzialità già insite nel soggetto con il quale ci si rapporta. Non c’è trasmissione di un sapere pre-definito secondo un modello autoritario maestro/allievo, ma auto-scoperta di un nuovo dato di conoscenza, attraverso l’osservazione diretta del fenomeno preso in esame, il dialogo con altri che valutano il medesimo fenomeno, e l’esercizio delle proprie facoltà intellettuali. L’approccio maieutico costituisce un concetto chiave nel pensiero di Dolci, anche se egli precisa che "la maieutica socratica è diversa dalla nostra" (14). Secondo Dolci, infatti, il rapporto mieutico è sempre fondato sulla reciprocità. In altri termini, non c’è nessuno che possa limitarsi alla funzione di "ostetrico" di pensieri, perché tra due soggetti che comunicano l’uno ha sempre da dare qualcosa all’altro. Anche i bambini che interrogano il loro insegnante possono, con le loro domande, offrirgli dei nuovi spunti di riflessione, prospettargli dei punti di vista sulla realtà che prima non aveva considerato. Inoltre, per Dolci, il rapporto maieutico non si esaurisce nelle relazioni interpersonali. Pure la natura, gli alberi, i fiori, gli animali, gli insetti, le acque, il mare, parlano ed insegnano, per chi è capace di osservazione e di ascolto. "Il pur geniale Socrate non aveva intuito che applicando la maieutica anche nei rapporti con qualsiasi creatura e materia avrebbe potuto ottenere risposte, pur se mute" (15). Il problema è appunto quello che sta venendo meno la capacità di osservare: "il nostro residuo osservare viene sempre più inquinato dai latenti messaggi-ordini emessi dai centri del dominio tecnologico" (16). Anche le microstrutture in cui i singoli si associano devono, secondo Dolci, avere la caratteristica di essere maieutiche: "La struttura maieutica reciproca è organismo precipuo alla crescita di ognuno e dell’insieme" (17). "Ogni essere vivente è un organismo": "Dalle biomolecole ai micro e ai macrorganismi, vita è organizzarsi. A ogni organismo, unico, è possibile il potenziarsi in nuovo organizzarsi" (18). Nuovo organizzarsi delle persone in strutture maieutiche, in cui similmente a ciò che avviene per le cellule negli organismi, i singoli si coordinino fra loro per uno scopo comune: questo lo scenario che l’ultimo Dolci ha delineato. E, come negli organismi le cellule sane sono minacciate dai virus, il più pericoloso virus che attenta alla salute mentale e morale degli esseri umani è "il virus del dominio". Per Dolci bisogna saper distinguere il "potere", che in sé è concetto positivo in quanto denota possibilità di fare, dal "dominio", che invece è concetto intrinsecamente negativo. Del resto, la consapevolezza di questo assunto era già presente nel pensiero cinese all’incirca coevo a quello di Socrate. In proposito Dolci richiama Lao-Tze nel Tao (Il libro della via): "Far crescere, ma non dominare: questo è la virtù. Il saggio non si appropria del nascente. Non dimora nell’opera compiuta" (19).

9. Chi ha dimestichezza con il pensiero liberale sente immediatamente suonare un campanello d’allarme nel sentire parlare di strutture sociali che devono raggiungere la perfezione di un organismo. Una cosa, infatti, è l’aspirazione a vivere in armonia con la natura, rispettandone i cicli ed i ritmi, sentendosi "creatura" fra le "creature". Altra cosa è pensare di modellare la realtà sociale secondo una concezione organicistica, che non lascia al singolo altro ruolo che quello previsto dal modello teorico che si ha in mente. Al riguardo, è dunque opportuno precisare che Dolci contrappone al concetto di "organismo" quello di "massa" (20). "La massa sussiste in quanto e dove il dominio perdura: per poter dominare facilmente occorre ridurre la gente a brulicanti cumuli" (21). "Costipare gente da schiere di banchi nelle scuole (e prescuole) a schiere di banchi nelle chiese fino a banchi di lavoro più o meno forzato: da un ghetto all’altro, da un lager a un altro; non favorire gli incontri fra i lontani e l’imparare a conoscersi; non favorire i rapporti tendenti a scoprire come è possibile crescere insieme: così si impasta la massa" (22). Ed ancora: "Cultura di massa? Società di massa? Ovunque s’impastoia e impasta gente che "non sospetta di essere prigioniera" e non fermentando non cresce, forzata in situazioni insane pur tra effimere eleganze, la vita regredisce. Altro è se moltitudini di creature, tendendo ad un reciproco adattamento creativo tra loro e col mondo, possono crescere in modo complessamente responsabile" (23). Se ne deduce, dunque, che Dolci ha, quanto noi, timore e disgusto della "massificazione", cioè dell’acritico conformarsi a modelli di comportamento che si tende ad imporre a tutti, della riduzione degli esseri umani a numeri, rilevanti solo nella dimensione di "consumatori". "Organismo", invece, per Dolci è equilibrio che si raggiunge spontaneamente, come in natura, per processi di reciproco adattamento. In uno scritto del 1987, a nostro avviso importante, Dolci ha sostenuto che "La comunicazione di massa non esiste". Gli organi di informazione di massa, i mass media, in realtà non "comunicano", ma "trasmettono". Qual è la differenza? "Una carezza può comunicare. Ma una fucilata, o una revolverata, no: trasmettono, colpiscono. Solo il rapporto nonviolento riesce a comunicare. L’inganno – dalla bugia fino a certa pubblicità – come ogni violenza, non comunica. Nella misura in cui la merce-trasmissione è guasta, o comunque falsa, in sè non suscita comunicazione. Un mercato la chiede? Significa che esiste anche un mercato sadomasochista" (24). Comunicare è stabilire un rapporto di correlazione; è scambio: è dare e ricevere. L’amore è un modo di comunicare. Nella "trasmissione", pochi danno ciò che, secondo i loro obiettivi, ritengono opportuno dare, mentre i più, passivamente, recepiscono. La trasmissione integra un rapporto di dominio. La trasmissione "penetra" le persone, per impadronirsene. Anche l’insegnamento che dà la scuola può risolversi in mera "trasmissione" del sapere, anche questa funzionale al perpetuarsi di rapporti di dominio: "Non è vero che tra insegnamento e conoscenza vi sia un rapporto di causa ed effetto. Ridurre negli altri l’esperienza della ricerca e della creatività non solo spegne la gioia della scoperta ma produce risentimenti, talora odio (e non soltanto contro l’ambiente inoculatore ma anche contro "la materia" stessa). In tutto questo non si articola un processo educativo: sovente vi si espande distruzione di personalità, distruzione del naturale bisogno di sapere" (25).

10. Dolci riteneva di essere portatore di un pensiero rivoluzionario, ma parlava di "rivoluzione nonviolenta". "Chi pensa che la guerra sia la "forma suprema" di lotta, il modo di risolvere i contrasti, ha una visione ancora molto limitata dell’uomo e dell’umanità. Chi ha effettiva esprienza rivoluzionaria sa – e deve ammettere – come per riuscire a cambiare una situazione deve fare appello, esplicitamente o meno, ad un livello morale, oltre che materiale, superiore a quello imperante; sa come l’appellarsi a princìpi più esatti, ad una morale superiore, divenga elemento di forza effettiva: e in questo modo la sua azione è rivoluzionaria anche in quanto contribuisce a creare nuova possibilità, nuova capacità, nuova cultura, nuovi istinti: nuova natura dell’uomo" (26). "Un tempo si era impegnati o ad annientare gli avversari, nella misura in cui non si riusciva a tenerli utilmente sotto, o a badare di mantenersi puri: mentre l’attenzione fondamentale deve essere posta sul riuscire a risolvere le difficoltà, i conflitti, nei modi più perfetti. Problema fondamentale della nuova rivoluzione è quello di scoprire come impedire ed eliminare lo sfruttamento, l’assassinio, l’investimento di energie in strumenti di assassinio, sapendo promuovere reazioni a catena non di odio e di morte ma di nuova costruzione, di nuova qualità della vita" (27). "Devo riconoscere che la lotta contro una situazione insana può condurre più vicino alla sanità – dunque alla pace – pur con altri mezzi: ma non posso non tener presente come la violenza, anche se diretta a fini generosi, ha ancora in sè il seme della morte" (28). Nonviolenza, dunque, perché si tende alla vita, all’armonia, mentre nella violenza, comunque motivata, c’è sempre "il seme della morte". Più importante della rivoluzione ventura, è riuscire a diventare, da subito, rivoluzionari. E, per esserlo, basta intanto seguire un semplice precetto: non vendersi! "I prepotenti, gli sfruttatori, i veri fuorilegge, difficilmente possono resistere nelle loro posizioni se non sono sostenuti e difesi da chi si vende loro. Ma non si è ancora diffuso il chiaro senso della necessità della non collaborazione e del boicottaggio (è uno dei più acuti indici dell’equivoca insufficienza delle religioni tradizionali) alle iniziative sostanzialmente insane" (29).

11. Fin qui Dolci. Noi – lo diciamo subito chiaramente – forse per un nostro limite strutturale, siamo incapaci di utopia. Questo non significa che ci ergiamo a difensori dell’esistente. Soltanto che dall’analisi razionale e dalla valutazione critica della realtà ci aspettiamo, di volta in volta, l’individuazione di interventi concreti, realistici, che consentano di fare dei passi in avanti nel senso auspicato. Non ci interessa, invece, la teorizzazione di un obiettivo massimo. Non ci interessano le fughe in avanti. Non crediamo nella possibilità di raggiungere un paradiso in terra. Siamo del tutto scettici circa la prospettiva di uno sbocco felice della storia umana, di addivenire ad un mondo in cui non soltanto non ci siano più guerre, ma non ci siano più rapporti di dominio né fra gli stati, né all’interno delle singole comunità statuali, ed in cui le relazioni fra gli esseri umani si dispieghino su una base perfettamente paritaria, nella pace, nella comprensione e nel rispetto reciproci, nella cooperazione operosa, nell’armonia degli uomini fra loro e con l’ambiente naturale ed il resto del creato. Lo scarto fra la realtà e questa prospettiva utopica è troppo grande perché si possa fare anche soltanto finta di ignorarlo. Siamo poi sicuri che gli esseri umani siano naturalmente portati al bene, o non è forse vero che sono, almeno altrettanto, capaci di male? Il problema, dunque, dal nostro punto di vista, è quello di sviluppare, nella coscienza di ogni singolo, l’esigenza morale, cioè il senso di un dover-essere che si ponga costantemente come elemento di contraddizione rispetto all’essere. Il problema, dal nostro punto di vista, è che ciascun individuo, inevitabilmente sollecitato dalle continue prove della vita, si impegni intanto in una lotta incessante con sè stesso per fare emergere quanto di positivo c’è in lui e per rintuzzare e sconfiggere le pulsioni negative, violente e distruttive, che pure sono in lui. Ciò che vediamo è un compito infinito di auto-educazione, di autodisciplina, di auto-perfezionamento spirituale, che non si conclude mai finché c’é vita e che non è mai esente da cadute ed errori. Il nostro non pretende di essere un punto di vista originale, perché in questo caso stiamo soltanto rielaborando – con parole nostre – quanto molto meglio aveva scritto Benedetto Croce (30). Il paradiso, poi, manteniamolo in una dimensione oltremondana, per quelli che ci credono. L’impegno sociale e politico è importante, ma rischia di essere "cieco", di tradursi in un vitalismo che ama l’azione in sè stessa, di immiserirsi a questione di realizzazione di ambizioni personali, se non è costantemente collegato a quell’incessante sforzo soggettivo di autocontrollo e di auto-perfezionamento spirituale di cui prima si diceva.

Ciò non significa che la dimensione utopica sia fuori della storia. E’ esattamente il contrario. Non foss’altro perché abbiamo intitolato un circolo culturale ad Adolfo Omodeo, siamo pienamente consapevoli della forza che le utopie (Omodeo preferiva l’espressione "miti") hanno come fattori di produzione di nuova storia. Si pensi al Cristianesimo, al mito dell’avvento del "Regno", indicato non soltanto come possibile, ma come imminente. Senza la forza di questo mito (in termini religiosi, senza la fede), i primi cristiani non sarebbero riusciti a mettere radicalmente in discussione rapporti sociali e certezze culturali consolidati, a disubbidire al comando di potentissimi imperatori, ad andare incontro, senza paura, a persecuzioni, crocifissioni, martirio. Quei primi cristiani sono stati fattori di nuova storia; nel divenire del tempo hanno affermato nuovi valori sociali, nuova cultura, nuove istituzioni e tradizioni. Eppure, dopo duemila anni, l’avvento del Regno è rimasto una promessa non realizzata (e meno male – aggiungiamo noi piccoli uomini – perché, secondo le sacre scritture, l’avvento del Regno di Dio segna la fine del mondo). La storia, nel frattempo, ha conosciuto sanguinose lotte fratricide fra cristiani, ha visto la religione di Cristo pervertita a strumento di legittimazione delle più discutibili situazioni di dominio temporale e gli eredi degli antichi martiri diventare a loro volta persecutori. Ma, negli stessi duemila anni, il Cristianesimo, a nostro avviso, non ha mai smesso di essere forza spirituale positiva tutte le volte che il comandamento della carità è stato preso sul serio e messo in pratica, muovendo dal riconoscimento della dignità (in termini religiosi, sacralità) di ogni singolo essere umano. Il mito, dunque, dà ad alcuni la forza di operare, moltiplica il coraggio e l’impegno, perché il traguardo desiderato e sognato appare tanto reale e vero che val la pena sacrificarsi e soffrire per esso. Non è un caso che anche nel pensiero di Marx siano presenti almeno due componenti mitiche: l’idea che ci sia una razionalità nella storia e che dunque sia possibile conoscerne anticipatamente le dinamiche, così da poter agire nella convinzione di andare nel senso in cui la storia si muove; la prospettiva finale, che era quella già delineata dai socialisti utopisti, e che Marx mantenne pari sullo sfondo, incluso il sogno libertario della estinzione dello Stato, in quanto strumento di dominio e di coercizione. Basta sapere che si tratta, appunto, di miti, e di mantenere vigile il senso critico nei confronti dei fanatici che sono disposti a tutto, pur di perseguire il loro sogno.

12. Bisogna riconoscere che in tutto il percorso di Danilo Dolci si rinviene una coerenza di fondo, ricorrendo sempre gli stessi motivi tematici. Si ha tuttavia l’impressione che egli, misurandosi con problemi fondamentali, troppe volte abbia fatto appello all’ottimismo della volontà, limitandosi ad indicare soluzioni che suonano come mere petizioni di principio. La realtà è tremendamente complessa; lui, proteso nel suo obiettivo, si è rifiutato di farsi invischiare nella complessità e, quindi, in qualche modo, l’ha elusa. Proprio per questa sua propensione a gettare il cuore oltre l’ostacolo, egli – a nostro sommesso avviso – non può essere annoverato tra i pensatori che più hanno spinto in profondità il lavoro di scavo dell’animo umano. Se ne ha un’ulteriore conferma dalla sua, per noi eccessiva, tendenza al sincretismo, al cercare di tenere insieme teorie ed ideali che invece, fra loro, non si sposano. Così si è richiamato contemporaneamente a Gandhi ed a Lenin, a Cristo ed a Buddha. Pure lo stile poi lascia spesso a desiderare: ricorrono espressioni come "coscientizzare" (stimolare una presa di coscienza?), o "autocoscientizzarsi" (prendere coscienza?), che forse piaceranno ai sociologi, ma in cui la lingua italiana entra in sofferenza. Ciò non toglie che nel suo pensiero vi siano – come si è visto – molti spunti interessanti e felici, che meriterebbero di essere ripresi. In ogni caso, nel giudizio storico complessivo, bisogna distinguere – e questa è la nostra chiave di lettura – il disegno generale utopico che lui aveva in mente dalle singole concrete iniziative che ha posto in essere e che, pur essendo ispirate da quel disegno, possono essere autonomamente valutate per i risultati che hanno dato.

L’establishment siciliano non lo ha mai amato, giudicandolo, nella migliore delle ipotesi, un gran rompiscatole. Noi, come siciliani, pensiamo invece di dovergli dire almeno "grazie Danilo".


Note Bibliografiche

(1) cfr. Aldo Capitini, "Danilo Dolci", Manduria, Lacaita, 1958.

(2) cfr. Franco Alasia, "Danilo Dolci in Sicilia", in "Diritto di resistenza e nonviolenza", Atti delle giornate di studio organizzate dalla rivista Critica Liberale a Lavinio nel dicembre 1982, Roma, Cooperativa Editoriale di Critica, 1983, pg. 34.

(3) cfr. Giuseppe Casarrubea, "Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato", Milano, Franco Angeli, 1997, pg. 208.

(4) cfr. Giuseppe Casarrubea, op. cit., pg. 6.

(5) Danilo Dolci, "Ciò che ho imparato", scritto del 1967, poi raccolto in "Inventare il futuro", Bari, Laterza, 1968. Cfr., dalla terza edizione ampliata del 1972, pg. 13.

(6) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 14.

(7) cfr. Franco Alasia, "Danilo Dolci in Sicilia", cit., pg. 34.

(8) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 15.

(9) cfr. Danilo Dolci, "Una autoanalisi popolare sull’associazione", poi raccolto in "Esperienze e riflessioni", Bari, Laterza, 1974, pg. 125.

(10) cfr. Raffaele Crovi, "Il lungo viaggio di Vittorini", Venezia, Marsilio, 1998, pg. 347.

(11) cfr. Ottorino Gurgo - Francesco De Core, "Silone. L’avventura di un uomo libero", Venezia, Marsilio, 1998, pp. 321-322.

(12) cfr. Ottorino Gurgo - Francesco De Core, "Silone. L’avventura di un uomo libero", cit., pg. 322.

(13) cfr. Danilo Dolci, "Una autoanalisi popolare sull’associazione", cit., pp. 189-190.

(14) cfr. Danilo Dolci, "La struttura maieutica e l’evolverci", Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 1996, pg. 37.

(15) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 5.

(16) cfr. Danilo Dolci, "Dal trasmettere al comunicare", Torino, Edizioni Sonda, 1988, pg. 209.

(17) cfr. Danilo Dolci, "La struttura maieutica e l’evolverci", cit., pg. 265.

(18) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 265.

(19) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 193.

(20) cfr. Danilo Dolci, "Dal trasmettere al comunicare", cit., pg. 95.

(21) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 57.

(22) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 58.

(23) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 58.

(24) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 92.

(25) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 206.

(26) Danilo Dolci, "Cosa è pace?", scritto del 1967, poi raccolto in "Inventare il futuro", cit.; cfr. pg. 67.

(27) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 65.

(28) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 68.

(29) cfr. Danilo Dolci, op. cit., pg. 72.

(30) Si legga, ad esempio, la chiusa del "Perché non possiamo non dirci cristiani", che Croce pubblicò ne La Critica nel 1942 e che successivamente è stato raccolto in "Discorsi di varia filosofia", Bari, Laterza, 1945, vol. I, cfr. pg. 23: "...noi, come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e tracendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, e dalla consapevolezza di non poterli comporre mai a pieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita...".


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